Editoriale di Stefano Folli, Il
Sole 24ore, Martedì 8 aprile
Con stanchezza e
confusione verso l'appuntamento del 13
8 aprile 2008
Non si può dire che gli ultimi giorni della campagna elettorale
siano i più fortunati. A dire il vero, c'è da augurarsi che il 13
aprile arrivi presto. È come se i due maggiori schieramenti avessero
il fiato corto. Lo dimostrano vuoi con le "gaffe" ripetute, vuoi con
una certa fumosità di temi e argomenti. Più ci si avvicina al voto e
più sembra che Berlusconi e Veltroni abbiano scarsa voglia di
cimentarsi con le vere esigenze degli italiani. Si cercano
scorciatoie per guadagnare un titolo a effetto sui giornali, ma si
evitano, per lo più, i temi scabrosi: quelli che dopo il voto -
tutti ne sono convinti - renderanno complesso e difficile il governo
del Paese.
Come testimonia, peraltro, il libro appena uscito di un esponente
politico di primo piano, l'economista Giulio Tremonti.
Così accade che le polemiche esplodano investendo aspetti grotteschi
o francamente ridicoli della vigilia elettorale, ma senza toccare
quasi mai il cuore delle questioni. Avviene con il litigio sulla
grafica confusa delle schede, una di quelle vicende in cui ognuno ha
uno spicchio di ragione, da Amato a Berlusconi, ma che lasciano
attoniti gli osservatori stranieri. Può darsi che sia nel giusto il
Viminale, quando afferma che non c'era altro modo ragionevole per
allineare i tanti simboli nel rispetto dell'onnipresente «par
condicio». Ma, ci si domanda, possibile che nessuno ne sapesse
niente? E che tutti, come si dice, cadano dal pero quando mancano
sei giorni al voto? Ed è plausibile che la legge Calderoli, sia pur
pessima, sia responsabile di ogni misfatto, visto che nel 2006 la
grafica non aveva dato luogo a risentimenti di sorta?
Quanto alle "gaffe", Berlusconi probabilmente vorrebbe non aver mai
pronunciato la frase sulle «cattive condizioni di salute» di Umberto
Bossi. E quest'ultimo forse si rende conto che aver evocato per
l'ennesima volta l'uso dei fucili da parte del fatidico «popolo
padano», questa volta per via delle schede complicate, non è stata
un'idea felice. Di fatto Popolo della Libertà e Lega, super-favoriti
come vincitori del 14 aprile (almeno alla Camera), si sono
attorcigliati da soli in una "querelle" autolesionista.
Questo lascia intuire perché i due partiti intermedi, Udc e Sinistra
Arcobaleno, pensano di poter giocare con qualche efficacia le loro
carte. Finora non si ha l'impressione che i due "grandi", Pdl e Pd,
siano in grado di schiacciare i loro concorrenti minori. Vedremo la
sera del 14, tuttavia la sensazione è che Casini e Bertinotti
abbiano la forza per respingere, almeno in parte, l'abbraccio
mortale rispettivamente di Berlusconi e di Veltroni. Il che avrà
conseguenze rilevanti sui risultati elettorali, soprattutto al
Senato: dove si decideranno gli equilibri politici della prossima
legislatura.
Comunque sia, è significativo che un personaggio come Pier
Ferdinando Casini, non avendo una «vocazione maggioritaria», ma
l'esigenza di difendere se stesso e la sua identità, arrivi a dire
quello che molti pensano. E cioè che un governo «istituzionale» o
delle larghe intese, dal Popolo della libertà al Partito
democratico, resta la via obbligata in mancanza di una maggioranza
chiara nei due rami del Parlamento. E in quel caso la presidenza del
Consiglio sarebbe affidata da Napolitano a una personalità «terza»
rispetto ai duellanti, Berlusconi e Veltroni. Forse (anzi,
probabilmente) una personalità esterna alle Camere, in grado di
rappresentare l'unità nazionale in una fase d'emergenza. Tutti lo
sanno, quasi nessuno ha il coraggio di affermarlo prima del 13.